Chiese un tale favore, e Gesù l’accontentò.

“Fece – dice Teresa – come aveva fatto altre volte. Mi si avvicinò, prese la corona di spine dal suo capo e la passò sul mio, e con le sue luminose mani la pigiò nelle tempie… Sono veramente momenti dolorosi, ma altrettanto felici”. E “per due ore”, rimase a “soffrire con Gesù”. “È bello – esclamava – amare Gesù. Ma è ancora più bello trovarsi sulla sua stessa croce” (“Diario”, pp. 1967-1968).

Il 30 novembre 1969 fu, per Teresa, un giorno di particolari sofferenze fisiche e morali; aveva una gran voglia di piangere. Quand’ecco sente bussare alla porta, corre ad aprire e vede Gesù dinanzi a sè il quale, presala fra le sue braccia, le dice: “Figlia, amor mio, piangi sul mio cuore!… Io voglio tenerti stretta al mio cuore. Voglio che tu provi un po’ di quell’amore che ho per te”. “A questo punto – scrive Teresa – mi sono trovata con un fuoco, come già avevo avvertito un’altra volta”. E concludeva: “Grazie, Gesù mio, (perché) Tu tanto mi ami” (“Diario”, p. 1978).


Il 10 dicembre il gonfiore delle mani arrossate e il dolore era talmente acuto da non permetterle di lavorare. I dolori le causavano persino vomito e mal di testa fortissimo. “Mi vedo avvilita – scriveva Teresa – perché non so cosa fare”. Va a Caiazzo, presso il medico che l’aveva curata per 15 anni; ma non appena il medico vede le mani, esplode in queste parole: “Ma sì, lo dicevo io, che ci doveva essere qualcosa di divino! … Per questo non sapevo spiegarmi”. Teresa, ingenuamente, gli chiede una cura…Ma dovette ritornarsene a Caserta portando nel cuore una grande pena e, nello stesso tempo, “una grande gioia” (“Diario”, p. 1941-1942).

Rientrata in casa, a causa delle sofferenze insopportabili, si vide costretta a mettersi a letto. Dopo dieci giorni, il giorno di Natale del 1969, riuscì ad alzarsi per rassettare la casa e per cucinare. Mette sul fuoco una pentola nuova, acquistata tre giorni prima, per cuocere la pasta. Ma non appena la ritira dal fuoco – cosa inspiegabile! – il manico si stacca dalla pentola e questa, con tutta l’acqua bollente, le cade sopra l’addome, causandole gravi ustioni e forti dolori. Teresa attribuisce quel brutto scherzo al demonio. Ma non si perde d’animo: offre le sue sofferenze per le anime attraverso le mani di Maria. “Tale è il dolore – scriveva – da non riuscire a formulare nessun pensiero, tranne quello di offrire tutto e tutta me stessa e quello che mi capita, per le anime” (“Diario”, pp. 1942-1943).

Nel “Diario”, al giorno 20 novembre, Teresa annotava: “Ogni giovedì, venerdì e martedì (Gesù) mi ha fatto un regalino a me caro: mi ha fatto provare qualche colpo della sua flagellazione in tutto il corpo. È stato dolorosissimo!… Ma è nulla in confronto dei dolorosissimi colpi che provò il mio amato Gesù. Posso dire però che questa volta il dolore è stato maggiore delle altre volte, (tale) che io non avrei neppure immaginato. O amor mio Gesù, donami la forza di amarti e di soffrire sempre per amor tuo!…” (“Diario”, p. 1981).

È il 15 gennaio 1970. Gesù si presenta a Teresa e le dice: “Figlia mia Teresa, voglio offrirti la ferita del mio costato. Tu che ne dici? … Te la offro per la salvezza delle anime”. Teresa, immediatamente risponde: “Sì, amor mio Gesù, l’accetto, e voglio tutto ciò che hai avuto Tu per i miei peccati. Sì sì, la voglio!… E Tu, come mai ti abbassi ad un simile verme? Grande Amore mio, ho sete del tuo amore. Voglio bere alla sorgente del tuo costato per gustare il dolore che hai provato Tu. Me lo fai questo grande regalo? … Che ne dici? …”.

Quattro giorni dopo, il 19 gennaio, giovedì, mentre stava “in ginocchio pregando”, Teresa ode una voce che la chiama. Si gira di scatto, e pensa tosto che sia Gesù, poiché in casa non vi è nessuno. Vede infatti Gesù il quale, col dito, le indica il suo Cuore. Teresa posa lo sguardo su quel Cuore e vede che da esso “uscivano fiamme di tutti i colori”. “Vedi, figlia mia – le dice – guardami!”. Teresa posa su di esso il suo sguardo e si sente – dice – “come incantata, come se la testa non l’avesse più”. Le pare di trovarsi “sopra una collina molto alta” e si vede “inchiodata sulla croce… con dolori indescrivibili”. Ad un tratto “un uomo come un mostro” prende la lancia e le ferisce il cuore. “Ho sentito – dice – lo strappo della carne, e poi un dolore ancora più forte, e non ho capito (più) nulla. Quando mi sono svegliata, mi sono trovata distesa sul letto e tutta insanguinata”.

Tre giorni dopo (il 22 gennaio) scriveva: “Nella mia mente vedo ancora (come in) uno specchio, l’accaduto. Ma il cuore, così debole, quasi si rifiuta di accettare quel quadro che, di tanto in tanto, (mi) si affaccia alla mente. La mia mammina spirituale piangendo, dice: “Ci vuole un Prete!… Non è possibile (rimanere) così. Tu hai bisogno di qualcuno che ti guidi. Io posso far poco perché in queste cose ci vuole un Sacerdote”. Ma due sue amiche, alle quali zia Antonietta aveva comunicato, imprudentemente, lo straordinario fenomeno, sconsigliarono Teresa a mettere in esecuzione il consiglio. Venne così a trovarsi tra due fuochi. In preda ad un tale stato d’animo, si rivolge al suo Gesù e gli dice: “O Gesù mio adorato, Tu sai cosa voglio chiederti in questa S. Messa: “Fammi conoscere il mio Padre spirituale, il quale mi aiuti a portare la croce, perché altrimenti io, da sola, non ce la faccio più”. A questo punto una voce che viene dal profondo del mio cuore mi assicura che, non a lungo, lo conoscerò il Padre spirituale”. Ma Teresa replica: “O amore mio Gesù, Tesoro dell’anima mia, dimmi dove lo posso trovare: ho bisogno di farmi una santa Confessione. Ora non ne posso più! Dimmi Tu, Gesù, cosa debbo fare”. Ma la voce le risponde e le dice: “Non (andrà) a lungo l’incontrerai. È lui che ti cercherà” (“Diario”, pp. 1985-1989).

Il venerdì 2 febbraio (1970), Teresa, ad un certo momento, vede Gesù legato alla colonna, mentre lo stanno flagellando. “Ad ogni colpo – così si esprime Teresa – la carne se ne salta a brandelli. Nel vedere trattare Gesù, il mio Sposo, il mio Signore, così, mi sento mancare le forze. È stata una cosa che non so ridire: piaghe da per tutto, ed erano fonde un centimetro. E mentre lo percuotevano, Gesù disse: “Teresa, Teresa, aiutami! aiutami!…”. A questa voce – continua a dire Teresa – “mi buttai (nella mischia) ed ebbi la forza di strappare la frusta (il “flagellum”) che aveva uno di quei boia e gliele suonai di santa ragione. Tutti scapparono via. Ed io, in compagnia di una donna, prendemmo Gesù e lo adagiammo in un lettino. Era tutto una piaga. Lo medicai, gli rimboccai le coperte e mi sedetti accanto, come se quelle ferite le avessi sentite io. Nel riprendermi da questa visione, ho trovato le mie carni così ferite come quelle che avevo visto in Gesù” (“Diario”, p. 1991).

Il martedì santo, 6 aprile, Teresa, nel suo “Diario” annota: “Dolori fortissimi alle mani, ai piedi e al costato: un dolore che mi lascia impazzire: non trovo pace, quasi non capisco più nulla; la febbre sale fortissima; non so dove poggiare la testa; il cuore è come se battesse per conto suo; sulla testa poi mi sento come un cappello di spine, come se trapanassero la nuca e il cervello; tanto, ma tanto sangue vedo davanti ai miei occhi…”. Rimane in tale stato per cinque giorni, ossia, fino all’11 aprile. Ma la mattina di Pasqua Teresa si sente “come se fosse in Paradiso”. Ed aggiunge: “anche se, nel mio cuore, sento la mancanza dei miei genitori” (Diario pp. 2061-2062).