Cristo nella passione e morte si fa  servo e uomo, schernito e flagellato, ma fiducioso nell’assistenza del Signore Dio Nostro Padre.
“Cristo umiliò se stesso, per questo Dio lo esaltò” Fil 2,6-11

[6] Ho presentato il dorso ai flagellatori,
la guancia a coloro che mi strappavano la barba;
non ho sottratto la faccia
agli insulti e agli sputi.

[7] Il Signore Dio mi assiste,
per questo non resto confuso,
per questo rendo la mia faccia dura come pietra,
sapendo di non restare deluso.
(Isaia 50, 6-7)

Gesù fatto uomo si fece servo per la Nostra Salvezza.

 Avere fede significa considerarsi servi di Dio.
Perché la nostra fede sia autentica occorre essere servi che non avanzano alcuna pretesa nei confronti del padrone.

“Non Tentare il tuo Dio!”

“Allora il diavolo lo menò seco nella santa città e lo pose sul pinnacolo del tempio, e gli disse: Se tu sei Figliuol di Dio, gettati giù; poiché sta scritto: Egli darà ordine ai suoi angeli intorno a te, ed essi ti porteranno sulle loro mani, che talora tu non urti col piede contro una pietra. Gesù gli disse: Egli è altresì scritto: Non tentare il Signore Iddio tuo” (Matt. 4:5-7).

Siamo abituati a contabilizzare tutto, e anche la nostra relazione con Dio:
tot di debiti (peccati) tot di crediti (buone azioni).
Gesù ci invita a uscire da questa mentalità.
Dio non è un padrone ma un Padre, il suo amore è gratuito: non mi ama per i miei titoli di merito, mi ama gratuitamente, per me stesso, non per ciò che faccio o non faccio.
Dobbiamo mettere la nostra fiducia non in quello che facciamo di buono, ma nella gratuità di Dio. Se insistiamo a metterci sul piano della giustizia, dei meriti, dei debiti e dei crediti, allora ci condanniamo, perché non abbiamo nessuna capacità di meritare l’amore di Dio.
La confessione libera l’anima dai peccati, anche i più obbrobriosi.
La Confessione è uno strumento tangibile della misericordia di Dio.
Ma il solo pensiero dei nostri peccati più turpi da noi compiuti ci deve ogni giorno rendere manifesta la nostra piccolezza, la nostra inutilità.
Come possiamo guardare negli occhi il nostro Dio se siamo stati capaci di consegnare al confessionale la nostra anima così piena di lordure?
Possiamo solo rimetterci alla misericordia di Dio. Confidare in lui e nel suo smisurato amore.
Se ci mettiamo sul piano dell’amore, capiamo di non avere alcun diritto ad essere amati da Dio; e tuttavia scopriamo che Dio ci ama e si pone – Lui – al nostro servizio.
A questo punto il cerchio si chiude: se facciamo quello che Dio vuole, allora Dio fa quello che noi vogliamo, ci esaudisce. Allora potremo dire al moro:
“Sradicati e trapiantati nel mare”, e ci ubbidirebbe. 

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».

Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.

Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto:
“Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”». (Lc 17,5-10)

Siamo appena servi!
Lo proclama Maria come risposta all’angelo dell’Annunciazione:
Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”.
Lo dichiara Paolo all’inizio della lettera a Tito:
Paolo, servo di Dio, apostolo di Gesù Cristo” (Tt 1,1), come anche Pietro all’inizio della sua Seconda Lettera “Simon Pietro, servo e apostolo di Gesù Cristo”. (2 Pt 1,1) Altri lo hanno dichiarato, ma basta menzionare questi tre personaggi di statura massima. Maria dice si sé:
 “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”, così ha cantato Maria, piena di gioia. (Lc 1, 46-49) Paolo anche! Scrivendo a Timoteo dice:
Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno”. (2 Tm 4, 7-8)

Siamo, sia servi del Signore, e sia, a causa sua, servi dei servi, nel senso di quello che ha detto una volta Gesù:
Il Figlio dell’uomo, non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti”. (Mt 20, 28)
Lasciamo che la gioia abiti i nostri cuori perché Dio, guardando la nostra piccolezza, e non ingannandosi sulle nostre limitazioni, ci ha chiesti di farci suoi servi, piccoli ma che vogliono essere utili nel proclamare e costruire il regno di Dio.
Guardiamo agli operai, stanchi, sudati ma felici dopo una giornata di lavoro per aver potuto compiere la loro responsabilità.
Servi che siamo, non abbiamo il diritto di esigere dal padrone che si metta a servirci, ma noi sappiamo che Lui lo fa, come ha fatto nell’ultima Cena, lavando i piedi degli apostoli.
Con molta speranza aspettiamo il momento di ascoltare dalla bocca del Signore le beate parole:
“Bene, servo buono e fedele, prendi parte alla gioia del tuo padrone.” (Mt 25,21)