C’è stato un tempo in cui Capriana, uno dei paesi più isolati del Trentino, fu conosciuto in tutto il mondo. Giornali americani, ma anche inglesi e australiani riportarono, nel bene e nel male, la notizia che dal 10 gennaio 1835 la figlia di Bortolo, il mugnaio, portava le stimmate di Gesù Cristo. Una notizia che oggi avrebbe sollecitato gli appetiti delle troupe televisive, infestando Capriana di giovannebotteri, microfoni e antenne satellitari, ma che nel lentissimo mondo di 180 anni fa si fece largo con garbo e discrezione.
Maria Domenica Lazzeri, detta “la Meneghina”, ma anche “l’Addolorata di Capriana”. Un pazzesco amore per Cristo che nel 1995 ha spinto l’allora Arcivescovo Sartori ad aprire addirittura un processo diocesano di Beatificazione.

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La storia di Domenica comincia quando dichiara al parroco di avere tre anni in più pur di poter fare con anticipo la prima comunione. Era, infatti, costei fin dalla più tenera età molto religiosa e timorata di Dio. Ma non vuol dire nulla: a quei tempi lo erano tutti.


Nel 1829, il papà mugnaio muore per una polmonite. Domenica ha solo tredici anni. Ora, è normale che chi rimane orfano a quell’età subisce un grave contraccolpo psicofisico; voglio dire, è inevitabile. Ma per la ragazzina di Capriana la morte di papà Bortolo è qualcosa di più: è l’inizio del suo mistico, incredibile cammino. Da quel funesto giorno, ella non starà più bene, la sua salute comincerà a peggiorare lentamente. La coglieranno sempre più spesso dei misteriosi attacchi di non si sa bene che cosa, dei non meglio specificati “spaventi”. Il primo quando sta portando un covone di grano per farci particole e all’improvviso viene bloccata da qualcosa, un vento strano le strappa di dosso le spighe e le sparpaglia tutt’intorno. A Capriana il vento è di casa, la storia del paese è funestata da incendi di tutte le sorte, ma quel vento è diverso, ha un’altra natura, lascia la ragazza immobile, istupidita per diverse ore, fino a notte fonda.
Un altro spavento, forse più comprensibile ma non meno inspiegabile, è quello della notte di turno al mulino, quando alcuni sconosciuti picchiano violentemente alla porta; Domenica rimane impietrita, si rincuccia in un angolo e lì viene ritrovata all’indomani, febbricitante, come in trance.
I medici che la visitano si arrampicano sulle definizioni: parlano di non meglio precisate “febbri accessionali”, di “molestissime doglie”, di “movimenti convulsivi” che lasciano la ragazza malconcia per ore.

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Il giorno dell’Assunta del 1833, inizia quella che il dottor Leonardo Cloch di Cavalese definirà la “lunga, penosa et ammiranda infermità della vivente Maria Domenica Lazzeri”. A Capriana, imperversa un’epidemia di “grip”, un’influenza possibile d’estate solo a certe altitudini. La Meneghina si becca questo “grip” assieme alla madre, ma al contrario di quest’ultima che si riprenderà in pochi giorni, lei rimane a letto. Tanto per capirci, questa qui si infila sotto le lenzuola e non si rialzerà più fino alla morte, 14 anni dopo.
Dopo un paio di mesi, mamma Margherita si rende conto che di notte la ragazza non chiude occhio e mangia sempre di meno. Può essere normale a quell’età, ma non per sei mesi di fila. Alla Pasqua dell’anno successivo, Margherita chiama il dottor Cloch. Questi visita “l’ammalata” e inizia a stilare dei minuziosi resoconti, quelli che oggi ci permettono di scrivere questa vicenda strabiliante.
Domenica non mangia più nemmeno la zuppa giornaliera che prima le veniva imposta. Riprendono le convulsioni, i sanguinamenti: le stimmate. Siamo nel 1835. La notizia di questa giovine che porta su di se le ferite di Nostro Signore fa il giro delle case di Capriana, arriva a Trento. Il vescovo Giovanni Nepomuceno de Tschiderer ordina un’inchiesta d’ufficio. Non è l’unica “grana” del genere per lui. Già altre due donne nella sua diocesi vanno soggette a fenomeni mistico-fisici: Maria von Moerl di Caldaro e Crescenzia Niglutsch di Merano.
Ha inizio così una vera e propria venerazione per la Meneghina; la gente parla sempre più spesso di lei come si parla di una santa, di qualcuno capace di prodigi: non bere, non mangiare, non dormire e poi il prodigio più grande. Le ferite a mani, costato e piedi (oltre a quelle sulla fronte) sanguinano ogni venerdì tra atroci dolori e le urla della stigmatizzata risuonano in tutto il paese. Sì, perché Domenica ha chiesto di poter tenere la finestra aperta perché l’aria fresca, soprattutto in inverno, le allieva i dolori.
Scrive il dottor Cloch che dai piedi il sangue le cola verso l’alto, contro ogni legge fisica. Sembra che la ragazza riproduca su di sé in cronologia successiva l’intera passione di Cristo, raggiungendo un apice di gravità attorno alle 16 di ogni venerdì, quando, dopo il consuento sanguinamento, Domenica pare morire, o meglio, cade in uno stato di morte apparente totale. Sangue, ferite, ecc. Eppure lenzuola e coperte rimangono sempre pulite, profumate come lavate di fresco; per tutti gli anni della sua infermità, la Meneghina non avrà bisogno di essere lavata, né profumata, né cambiata d’abito.
Può sembrare assurdo, ma il vero dramma per Domenica non è né la totale anoressia né i dolori del Calvario, ma il non poter partecipare alla Santa Messa. Risponde come in telepatia alle celebrazioni nella parrocchiale, d’accordo, ma non riesce a deglutire la particola. Nell’agosto del 1838, un allarmato parroco chiede consiglio al vescovo per un fatto assai strano: da ormai 42 giorni la Meneghina tiene una particola in bocca, ma non la deglutisce. C’è di più: la santissima Ostia è inalterata, intatta, pulita e asciutta. Oltre che crocifisso, Domenica è divenuta così un vero e proprio ostensorio vivente. I fatti sono eccezionali; come senza precedenti è la concessione di papa Gregorio XIV di celebrare la messa in casa della Meneghina, dove viene così eretto un altarino.
Quattordici anni senza muoversi dal letto, quasi paralizzata. Eppure una mattina mamma Margherita trova il letto di Domenica vuoto. Che è successo? Dove è finita? Chi l’ha rapita? Viene avvertito immediatamente il vescovo, il paese è in subbuglio. Otto giorni più tardi, l’Addolorata riappare nel suo letto. Dice di essere stata a trovare una delle altre due mistiche, Crescenzia, a Merano. Ma come, a Merano?! E come ci è andata? Il vescovo, tra lo stupito e lo spaventato, dà un ordine preciso, ma anche paradossale e per certi versi comico, a Domenica: quello di non sparire mai più.
Nel giugno 1846 la ragazza si è ridotta alla misure di una bambina di sei anni, mantenendo però la lucidità di un’adulta. E’ in queste miserabili condizioni che la trovano gli illustri visitatori della stamberga di Capriana. Tra gli altri, lo scrittore benedettino Beda Weber, il vescovo di Sydney, il barone Ernesto de Moy, professore di diritto all’università di Monaco. Antonio Rosmini, che è a Capriana il primo di settembre del 1843, scrive nel suo diario: “Visitammo la Lazzeri, le cui stimmate sanguinavano”.

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Alle 8 del mattino del 4 aprile 1848, Maria Domenica Lazzeri muore dopo aver ripetuto le parole di Gesù in croce: “Padre nelle tue mani raccomando il mio spirito”. Dopo quattordici anni di infermità, di digiuno e insonnia totale, dopo aver predetto eventi lieti e meno lieti, tra i quali la data esatta della propria morte, all’età di 33 anni, l’Addolorata di Capriana lascia questa valle di lacrime. Il suo corpo rimane esposto sette giorni e, al momento della sepoltura, è ancora profumato come una rosa.

(“Trentino”, domenica 13 giugno 2004)